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martedì 12 maggio 2020

Cult della fantascienza: Dune



Dune, Frank Herbert
Recensione







Dune, dello scrittore americano Frank Herbert,è considerato uno dei massimi capolavori della fantascienza e dal 1965, anno in cui è stato pubblicato per la prima volta, ha avuto il tempo di diventare un cult insostituibile da cui David Linch ha tratto un film nel 1984 e che nel 2020 vedrà un’altra trasposizione cinematografica.

Ma cos’è Dune e perché è così speciale? F. Herbert ebbe l’idea per il suo romanzo durante un viaggio intrapreso per conto di un giornale.  Scriveva infatti per testate giornalistiche. Recatosi in un luogo arido e desertico, iniziò a interessarsi a questo tipo di clima tanto da avere l’intuizione per quello che sarebbe diventato non solo un romanzo ma un ciclo. Dune è il primo libro di una serie di romanzi, sei in totale, scritti tra il 1965 e il 1985.
Per informarsi bene lesse oltre cento tra libri e articoli sul tema del deserto e della vita umana in un ecosistema tale. 

Dune, che da il titolo al primo romanzo del ciclo, non è altro che un pianeta – Arrakis. La particolarità del pianeta è appunto di essere desertico, sabbioso, particolarmente duro per la sopravvivenza umana. Il pianeta è anche famoso nell’universo perché tra le sue sabbie si sviluppa una “spezia” chiamata Melange, pregiata tanto da avere costi altissimi e da essere ricercata ovunque. Questa spezia, se introdotta senza interruzioni, permette una lunghissima vita, superiore ad ogni aspettativa, e anche la capacità della preveggenza. Tra le sabbie di Dune, inoltre, prosperano dei mostri di grandezza spaventosa: i vermi, i quali divorano tutto ciò che trovano.

Il romanzo si apre con una svolta che segnerà la vita di Dune: la casa degli Harkonnen verrà sostituita, per ordine imperiale, dalla casa degli Atreides – sua nemica. A questo punto veniamo a sapere chi sono queste due case; si scopre che gli Harkonnen sono i crudeli e gli Atreides i buoni. Il che può sembrare riduttivo, in un certo senso, ma d’altronde la lotta tra bene e male è uno dei temi del romanzo. 

Al centro della narrazione c’è l’erede della casa Atreides, Paul Atreides, un ragazzo di quindici anni addestrato sin dalla più tenera età a prendere il posto del padre. E non solo. Il ragazzo è al centro di una profezia, secondo la quale diverrà una sorta di Messia destinato a fare grandi cose non solo per il pianeta ma per l’universo.

Potrei facilmente indulgere nel raccontare tutta la trama, ma preferisco spiegare alcuni tra i punti che ho trovato interessantissimi. 
Il romanzo ha tante chiavi di lettura, ma quella più mi ha affascinato è stata l’aurea mistica che lo permea.


Frank Herbert ha donato all’universo di Arrakis una fenomenologia meravigliosamente costruita, una storia delle religioni, personalità appartenenti a gruppi potenti quali le Bene Gesserit una antica scuola di addestramento mentale e fisico. La madre di Paul, Lady Jessica, è infatti una Bene Gesserit, abile nel governare istinti mentali e fisici relativi a se stessa e a chi le sta intorno con l’uso della voce.
La descrizione delle facoltà psicosomatiche di questa sorta di “sacerdotesse in abito civile” è accuratissima. 
Così come accurata è la descrizione e l’accorpamento, nella trama, di altre entità importanti quali la Gilda spaziale, la CHOAM, le casate nobili maggiori e minori, ed una serie di realtà a cui si lega un linguaggio variato, che spazia dalle abitudini domestiche a quelle guerriere e religiose. 
Dune si può leggere quindi come un romanzo che racconta del misticismo, della religione che, nonostante gli avvenimenti narrati siano molto in là nel futuro rispetto a noi, è dimostrato rimanga sempre una parta importante nella vita degli uomini. Ovunque essi siano nell’universo, nonostante abbiano imparato a spostarsi nello spazio. 


Ma Dune è anche una saga familiare, ed è un manifesto ecologista molto potente. E’ raccontato il disegno di coloro che desiderano popolare il pianeta con piante, animali, foreste, e soprattutto della cosa che manca di più: l’acqua. Non piove su Dune, non ci sono laghi ne mari ne fiumi, e il popolo nativo, quello dei Fremen, usa parlare di “spreco di umidità” per quanto concerne l’utilizzo improprio delle poche risorse acquifere. Il che ci porta ad un altro tema importante, quello delle popolazioni dell’universo creato da F. Herbert. 
I Fremen, che potremmo considerare come dei nomadi del deserto, uomini accortissimi, intelligenti, abili combattenti, sono la popolazione che vedremo più spesso all’interno del romanzo. Infatti la narrazione, eccetto un primo momento in cui si parla del pianeta nativo degli Atreides, e brevi incursioni presso gli Harkonnen, è incentrata quasi sempre su Dune/Arrakis. 


Un’altra particolarità molto importante del romanzo è la lotta per il potere, rappresentata nel suo modo più volgare dal Barone Harkonnen, uomo spregiudicato, violento, lussurioso.
La lotta per il potere comporta un gioco molto sottile di astuzie, diplomazia, attacchi, intrighi politici che non hanno mai termine. Una spirale infinita, molto interessante, in cui solo chi riesce a vedere più lontano potrà avere la meglio. 
Per tentare la vittoria sugli altri e ottenere il potere, le case nobili più importanti, tra cui gli Harkonnen e gli Atreides, utilizzano delle figure dalla mente acuminata e calcolatrice: i Mentat, assassini, consiglieri, uomini che vengono addestrati appositamente allo scopo di servire i loro padroni nella lotta per il potere.


Spero che questa breve introduzione a Dune vi sia stata utile. Appunto perché molto ben congegnato, pensato e strutturato, non è facile rendere giustizia alle sue sottigliezze e bisognerebbe leggere tutto il ciclo prima di scriverne bene. Ma io volevo davvero esprimere il mio apprezzamento per quella che è stata una grande scoperta.
Non posso che consigliarvi la lettura di un vero cult che è invecchiato benissimo e che rimane di ispirazione per il mondo della fantascienza. 

domenica 1 marzo 2020

Una famiglia ungherese: "La notte dell'uccisione del maiale."



La notte dell'uccisione del maiale
di Magda Szabò
Recensione











Pubblicato da Edizioni Anfora nel 2018, La notte dell'uccisione del maiale è la mia ultimissima lettura. E' anche il primo libro di Magda Szabò che ho letto. Di lei mi hanno detto che è l'autrice ungherese più famosa e importante e da tempo aspettavo il momento giusto per approcciarmi a quello che sapevo sarebbe stato un mondo nuovo da esplorare.
Mentre riflettevo sul libro mi sono resa conto che non è stato il primo ungherese che ho letto; negli ultimi anni ho conosciuto Agota Kristof, che mi ha fulminato con la sua scrittura crudele e chirurgica. Eppure non mi veniva in mente, perché tra le due autrici c'è un oceano di differenza. Sono due mondi a parte, ma due mondi che voglio visitare bene.

La notte dell'uccisione del maiale è ambientato in una piccola città di provincia, Debrecen, ed è un romanzo familiare. E' stato questo ad accendere la mia curiosità, perché romanzi familiari ne ho letti e sono sempre alla ricerca di qualche novità. 

Il romanzo si svolge in due sole giornate, a dicembre, periodo in cui si respira il gelo dell'inverno ungherese, e in concomitanza con una tradizione importante quale l'uccisione del maiale e il banchetto che ne consegue. 

In realtà sono due le famiglie coinvolte nella vicenda; la famiglia Toth, una famiglia di umili e onesti saponieri, e la famiglia Kemery nobile e tracotante ma decaduta. 
Le due famiglie si sono unite grazie ad un matrimonio, quello di Janos e di Paula. 
Unitesi, si sono subito separate, incapaci di coesistere a causa della differenza sostanziale tra i due mondi. La lacerazione ha portato un dolore insanabile nel cuore di Janos Toth,  una soddisfazione quasi indifferente in quello della altera Paula. 

I tanti personaggi del romanzo sono i fratelli, sorelle, zie, madri e figli di questi due sposi. Le loro voci si uniscono, dando vita ad un pullulare di sensazioni, ricordi, una sorta di canto che non si spegne fino alla fine del romanzo.
Un romanzo corale, doloroso dall'inizio alla fine, eppure capace di far disperdere un calore familiare in alcuni momenti molto forte e piacevole.

Il talento della autrice mi ha folgorato quando mi sono resa conto di quanto sia brava ad aprire "porte" nelle storie, nelle case di questi personaggi. Sono porte misteriose, che conducono a segreti nascosti una vita intera, e anche a tradizioni che è bello scoprire.
Questa atmosfera mistica, legata anche alle attività manuali, al lavoro, mi ha ricordato scrittori con cui, in questo caso, non avrei mai immaginato di poter fare paralleli. Il lavoro onesto, umile e continuo dei Malavoglia e, per quanto riguarda il misticismo e i segreti, addirittura i Viceré. 

Ovviamente questi paralleli sono legati a sensazioni personali; il mondo di Magda Szabò è diverso da quello degli scrittori italiani citati. Diverso eppure stranamente vicino, palpabile. Lo è stato per me, perché ho intravisto quelle lotte intestine, a volte violente, che conosce chi fa parte di famiglie numerose.  Un mondo in cui i torti subiti, i segreti nascosti, gli amori e le liti familiari conducono a storie che si rinnovano sempre e che sono destinate a sopravvivere anche a chi ha dato loro inizio.

"Dove vivevo io c'erano esseri che nella loro vita amavano solo una volta e una sola persona, e c'erano passioni, guerre familiari, rancori, ostilità, a cui solo la morte metteva fine, e talvolta nemmeno quella, perché si lasciavano in eredità."

La scrittura di Magda Szabò è molto particolare, parlo della prosa ma anche dell'intreccio con cui la storia è costruita. Il romanzo ha uno scorrere impetuoso, e sebbene sia diviso in capitoli abbastanza brevi, io non mi rendevo quasi conto di passare da un capitolo all'altro. Ho avuto la sensazione di nuotare, a volte lasciarmi trascinare e alla fine di raggiungere la riva quando captavo i segreti più nascosti. La notte dell'uccisione del maiale è il tipo di lettura in cui l'autore sussurra segreti, li nasconde, e poi il lettore deve essere abbastanza interessato per voler capire. 

Il finale è drammatico, intenso e amaro. Tuttavia, mentre vengono irreparabilmente chiuse delle porte, lo spiraglio di un'altra viene lasciato aperto. Qualcuno va via per sempre, qualcun altro trova un nuovo nido familiare. Mi è piaciuto tantissimo e ne consiglio la lettura.












sabato 7 dicembre 2019

Il Fantasy dell'anno: Leopardo nero, lupo rosso




Il Fantasy dell'anno
Leopardo nero, lupo rosso
Recensione










C'era una volta, in un'Africa profondamente inquietante e distante da noi...

"Un fantasy nello stile del Trono di spade, ma ambientato in Africa." 

E' così che avevo sentito parlare di Leopardo nero, lupo rosso recente uscita per Frassinelli, novità dello scrittore vincitore del Man Booker Prize 2015. Sarebbe tuttavia riduttivo parlare del libro solo in questi termini, perché Marlon James ha creato un prodotto eccellente sotto tantissimi aspetti e gli ha conferito un cuore originale. 

Ora potreste anche immaginare Marlon James, chino sul corpo in evoluzione che è il suo libro, in pieno stile Frankenstein, e non sbagliereste. E' questa la sensazione che, perlopiù, mi ha dato leggere Leopardo nero, lupo rosso e cioè quella di addentrarmi in un territorio del tutto nuovo e fitto di sorprese. Welcome to the jungle. 

Difronte alle novità si prova una sensazione di frastornamento, ma anche di meraviglia. E quanta meraviglia!

Il mondo del libro è pericoloso, fittissimo, grondante sangue e leggende. Dall'oscurità di una Africa lontana emergono figure davvero spaventose, come l'Ipundulu, o i fratelli Asambosam e Sasambosam, bevitori di sangue e cannibali, le enormi e feroci streghe che vivono nella terra. Ma non solo. La bestialità di questi mostri spesso è simile a quella degli uomini stessi, ritratti nell'azione di accanirsi su obiettivi che si rivelano sbagliati. E' questo che li tramuta in mostri.

E' un'Africa di mostri, mutaforma, cannibali streghe e misteri, ma anche di riti di passaggio e tribù, famiglie, dolori e solitudini.

Il Fantasy di Marlon James è capace di parlare la lingua nera della paura più bislacca, legata ai mostri, ma anche quella delle persone fatte di carne e sangue.

L'Inseguitore, protagonista della storia, un uomo che si dice "abbia naso", è emblema della doppia natura del romanzo. Passa dall'essere un ragazzino solo, senza famiglia, disperato di una disperazione che tutti gli esseri umani possono capire, a diventare eroe e portatore di morte. Uno spietato segugio e anche un uomo come tutti gli altri.

La violenza che si respira nel libro è tantissima, ma non è campata in aria. Questo tipo di violenza è cucita appositamente alla struttura della storia. E lo stesso si può dire dell'amore, perché anche l'amore è presente nel libro: amore familiare, amore romantico, amore cercato e poi perduto. O anche mai vissuto.

Credo che il romanzo funzioni benissimo non solo per l'avventura selvaggia, che tutti gli amanti del genere apprezzeranno, ma anche perché l'autore ha saputo racchiudervi sentimenti davvero umani e cucirli insieme molto bene. Marlon James ha saputo creare una sorta di poema; un vecchio canto dotato di una morale epica e indimenticabile.


Per quanto riguarda la storyline principale: un bambino è scomparso, un gruppo eterogeneo di uomini  e donne viene assoldato per ritrovarlo. Una sorta di compagnia che inizia un viaggio lungo e tremendo, e chi lo sa come andrà a finire. Niente è certo, i rivolgimenti sono continui. Così come le morti e i colpi di scena.

Riflettendo sull'intreccio del romanzo e sulla prosa mi sono resa conto che, proprio come nei migliori romanzi, leggendo ci si dimentica di stare leggendo e anche di come l'autore scrive. Quella sensazione di estraneità agli eventi, propria del lettore, ad un certo punto scompare. Sarà che il "racconto" del protagonista fila bene, perché sì il libro è narrato dal protagonista stesso, ma non ci si rende conto dello scorrere delle - tante - pagine.

Mi sono limitata ad immergermi nella storia come volendomi immergere nelle acque di un fiume. E la sensazione è migliore quando il fiume è tempestoso. Non vedo l'ora di poter mettere le mani sul seguito, poiché Leopardo nero, lupo rosso è il primo volume di una trilogia chiamata "Dark star" che, a mio parere, è iniziata con i fuochi d'artificio. 











giovedì 24 ottobre 2019

Letture autunnali: La via del bosco





Letture autunnali: La via del bosco
Recensione









Oggi vi voglio parlare della mia ultimissima lettura, recente uscita in libreria per la casa editrice Iperborea.

La via del bosco - Una storia di lutto, funghi e rinascita di Long Litt Woon.

Con la sua copertina dai colori caldi, con sfumature di verde, rosso, marrone e giallo, raffigurante funghi, il libro mi ha subito attirato perché mi sembrava una perfetta lettura autunnale. L'autunno è la mia stagione preferita e mi piace celebrarlo con piccole cose, come ad esempio un ottimo libro che sia in tema e mi aiuti ad immergermi nel mood.

La via del bosco tuttavia si è rivelato essere ben più di questo, ha allargato i miei orizzonti come solo le ottime letture sanno fare.

Long Litt Woon è una antropologa malese che vive in Norvegia dai tempi dell'università. Quando suo marito muore all'improvviso, lasciandola a fare i conti con la solitudine e il dolore, lei impara una lezione importante: quando si sta affrontando un lutto è come se tutti i sensi subissero un pesante colpo. Non solo la mente è affaticata,  ma anche il corpo risulta indebolito. 

Il percorso descritto nel libro,  che è un ottimo testo di non fiction, è quello di una donna spenta che si avvicina alla natura e alla riscoperta della vita tramite la micologia.

Dopo aver iniziato a frequentare un corso, ed essersi appassionata, l'autrice non si è più fermata. Ha fatto di questa nuova passione un mezzo attraverso il quale assaporare ancora la vita.  

Uno dei punti vincenti del libro è la varietà con cui si parla dei funghi: la lettura non risulta mai piatta o noiosa. C'è una ampia parte dedicata ai generi e alla ricerca, ma anche aneddoti divertenti su un mondo che io proprio non conoscevo - quello degli esperti micologi che rappresentano una sorta di mistico cerchio di esperti. Anche la parte delle ricette non manca e ammetto che mi è venuta voglia di assaggiare più di una volta. Le descrizioni delle cenette sono talmente ben tratteggiate che risulta facilissimo immaginare la scena, laddove l'autrice racconta di funghi dai profumi luculliani che vengono uniti a panna da cucina, pollo massaggiato con burro e brandy. 

Secondo me la prospettiva più interessante di La via del bosco è quella antropologica. Oltre a parlarci del mondo fungino, l'autrice mette in campo il suo approccio scientifico. Ho trovato interessante scoprire che non tutti i funghi vengono giudicati commestibili in tutti i paesi, o secondo lo stesso metro di giudizio.  L'elemento culturale risulta importante anche quando c'è da preferire un fungo ad un altro. Penso che queste curiosità arricchiscano il libro non di poco.

Per quanto riguarda l'estetica, contiene immagini davvero bellissime che sembrano essere state disegnate a matita. Una gioia per gli occhi. Io lo consiglierei a tutti.






sabato 27 luglio 2019

Preghiera per Černobyl: recensione




Preghiera per Černobyl
Recensione












"Una vecchietta cercava di vendere del latte, ma nessuno lo voleva. 'Non abbiate paura' implorava i compratori, 'la mucca non la porto nei campi, le porto io l'erba ogni giorno.' Durante una trasferta fuori città ho visto balenare sul ciglio della strada due strani spaventapasseri: una vacca, completamente fasciata in un telo di plastica, che brucava l'erba, e accanto una vecchia contadina, anche lei avvolta nella plastica.
 Non sapevo se ridere o piangere."




E' difficile definire un libro come Preghiera per Černobyl senza voler cambiare idea tante volte e tornare indietro, per ridefinire, ritrattare o aggiungere.
Se vogliamo dargli una etichetta, rientra nella categoria della saggistica. Ma definirlo un semplice "saggio" sarebbe, secondo me, come sminuirlo.
Per comprendere meglio si può fare affidamento sul titolo. 



Il libro è un saggio potentissimo, ma anche una potentissima preghiera.

Dopo una breve introduzione da parte della autrice, inizia questa raccolta di esperienze. Sono ricordi di persone che hanno vissuto, chi più e chi meno, la catastrofe avvenuta nel 1986.
L'autrice ha intervistato queste persone, viaggiando per anni, e ha ottenuto di trasportare la voce di uomini donne e bambini su carta.

Tante volte ho pensato che un libro del genere potrebbe essere adattato al teatro; ho immaginato uno ad uno questi testimoni, seduti nel buio, su una sedia, circondati da ascoltatori.

E' l'effetto che Preghiera per Černobyl ha avuto su di me.

Con grande saggezza, e secondo me con delicatezza estrema, Svetlana Aleksievic, premio Nobel per la letteratura 2015, è riuscita a trasmettere ricordi, pensieri, terrori mettendo se stessa da parte. Si è messa dietro il sipario.
Lo scrittore è l'ascoltatore per eccellenza, e questo libro ne è la prova.

Le persone intervistate sono tra le più umili, a volte; altre volte troviamo testimonianze di medici, fisici nucleari, membri dell'intellighenzia, bambini, nonne.

Non ci sono racconti meno o più preziosi di altri, ma tutti quanti convergono verso una domanda principale: "A cosa serve tutta questa sofferenza?"
Il ritratto di Černobyl, del disastro, diventa anche un grande ritratto dell'uomo e della sua anima.
Se vogliamo, anche un ritratto dello spirito slavo. Si sente molto quel "noi" riecheggiare nei discorsi degli intervistati. Il sacrificio che quel noi era disposto a compiere, che effettivamente ha compiuto.

Il libro saggio - preghiera è anche un monumento commovente all'amore.

Si apre con il racconto di una donna che ha perso il marito e si chiude col racconto di una donna che ha perso anche lei l'amatissimo marito.

L'amore è uno dei fili conduttori del libro; è una delle potenti facciate della verità, quanto lo sono la morte, la sofferenza e la loro inevitabilità.

Se è difficile definire il libro senza dilungarsi, è anche difficile mettervi un punto fermo e voltare pagina. Per me è difficile, adesso, riporlo sullo scaffale.
Si tratta di uno di quei libri la cui capacità di entrare nei pensieri è sorprendente, che dilaga all'interno della mente.
Una sorta di marea che genera per forza cambiamento.

Sarebbe bello che Preghiera per Černobyl fosse letto nelle scuole. E non solo per parlare della catastrofe in se, ma per parlare dell'uomo, di resilienza, di vita. 

Adesso posso rispondere a quella strana domanda che fa: "Se dovessi consigliare un libro ad un alieno che non conosce niente dell'umanità, quale sceglieresti"? 




venerdì 12 luglio 2019

Un altro mondo, di James Baldwin: recensione




Un altro mondo
James Baldwin
Recensione











Un altro mondo è il mio primo romanzo dell'autore americano James Baldwin, pubblicato nel mese di maggio da Fandango libri.

Secondo la quarta di copertina il protagonista del romanzo è Rufus, ragazzo di colore problematico, innamorato della donna bianca Leona.

In realtà la vera storia inizia con il suicidio di Rufus, e parla delle persone che lo conoscevano più intimamente. Il suo migliore - e unico - amico Vivaldo, la coppia di conoscenti Cass e Richard, l'amante di un tempo Eric, la sorella minore Ida.

I temi del libro sono la disuguaglianza razziale, l'amore, e sopratutto la triste impossibilità dell'amore stesso di superare alcune problematiche.

“Solo l’amore può compiere il miracolo di rendere la vita sopportabile, solo l’amore, e anche l’amore non basta.” 

Uomini e donne, bianchi e neri, non sono altro che pedine di un gioco che si ripete sempre uguale, pur con le sue piccole diversità, e che conduce al dolore e alla insoddisfazione. 

Quello che James Baldwin sottolinea con precisione devastante, nel libro, è che due persone che si amano — come Vivaldo e Ida —  non vivono la loro relazione solo di fronte a se stessi, ma tirano all'interno di essa una miriade di problematiche inerenti al mondo. 
Non è possibile risolvere problemi così grandi all'interno di una coppia, e così i due amanti si trasformano in furie che si distruggono a vicenda per poi ripiombare prima in momenti di passione e poi nell’apatia.

E' un messaggio profondamente doloroso, questo, l'amore che non può risolvere tutto, ma assolutamente reale e dignitoso. Non ci troviamo in una favola.

Nel frattempo, nonostante l’amore debba unirsi alla disillusione, l’autore descrive i sentimenti in tutta la loro innocenza e caparbietà. Riesce benissimo a mostrare entrambe le facce della medaglia, violenza e dolcezza. Due realtà che sembrano incompatibili, ma che invece coesistono in un rapporto amoroso. In tutti i rapporti.

La New York raccontata nel libro è quella dei primissimi anni sessanta; si respira l'aria satura di odori umani e alcolici, quella dei locali dove uomini neri e bianchi suonano il jazz. E' una città più notturna che illuminata dal sole. La New York di James Baldwin è una New York notturna, in cui uomini, come gatti randagi, non fanno altro che andare alla ricerca di un po' di felicità o, in assenza di essa, dell’assoluzione.

La prosa di James Baldwin è spettacolare, magnifica. Non solo riesce, in termini di struttura del romanzo, a narrare sia del passato che del presente, ma è come lo fa a segnare la differenza.

E' raro trovare una prosa così dettagliata nello scendere a descrivere i sentimenti. James Baldwin scava con una arma affilata nel corpo e nell'anima umana. Non risparmia niente, non trascura niente. E' una bomba ad orologeria. Ci sono dei momenti di tenerezza potentissima, così come quelli in cui l'odio esplode feroce. Sicuramente il mio giudizio è stato molto influenzato da questa prosa eccellente, incisiva e spietata, che ho amato.

Per quanto riguarda la caratterizzazione dei personaggi, è a mani basse uno dei romanzi migliori che ho letto fino ad ora quest'anno. Se non il migliore. 

Un altro mondo è una epopea dei sentimenti umani, destinata a risolversi in un silenzio aggressivo e in una fine senza fuochi d'artificio. Per alcuni la vita prenderà una piega positiva, per altri invece non resta che rapporti devastati. Questa è la vita dei personaggi di James Baldwin, un autore americano di altissimo livello! Famoso per "La stanza di Giovanni" — di cui ho sentito molto parlare e che mi aspetta in libreria —  ha scritto parecchio. 
Tra le sue altre opere mi interessa anche "Se la strada potesse parlare", definita "una struggente storia d'amore." In effetti la parola “struggente” si lega particolarmente bene alla prosa di James Baldwin.


L'amore raccontato da James Baldwin vale la pena di essere letto, così come il resoconto vivido e doloroso della disuguaglianza sociale nei confronti dei neri.  La disuguaglianza però comprende anche fenomeni più intimi, rispetto a quelli sociali e di razza; la disuguaglianza esiste nei rapporti di coppia, nei rapporti familiari, anche nei rapporti tra amici. Detto così sembra che qualsiasi tipo di rapporto possa trasformarsi in un valico troppo alto, per essere attraversato, troppo difficile per essere compreso, ma rimane comunque una rappresentazione reale di come è la vita vera — oltre le pagine di un libro. 

lunedì 27 maggio 2019

Evelina, Fanny Burney: recensione

Evelina, Fanny Burney
Recensione









Tornare a leggere un genere che abbiamo molto amato da giovanissimi è una esperienza sempre appagante, gioiosa; un po’ come tornare a casa. 
E’ così che mi sono sentita grazie alla mia ultima lettura, Evelina di Fanny Burney, nuova uscita per Fazi Editore, e nuova scoperta da collocare nel panorama letterario inglese tardo settecentesco. 

Fanny Burney è stata autrice di quattro romanzi, varie pièce teatrali, e sopratutto innumerevoli raccolte di memorie; Virginia Woolf la considerava “madre della narrativa inglese” e Jane Austen non solo lesse le sue opere ma si ispirò ad esse.  Di questo ho trovato conferma leggendo Evelina, lungo e bellissimo romanzo epistolare che ha avuto per me l’effetto di una carezza.

Ma di cosa parla il romanzo?

Racconta l’entrata in società di una giovane donna, l’orfana Evelina cresciuta sotto l’amorevole tutela di un reverendo e mai allontanatasi, fino a quel momento, da Berry Hill - dimora del suo benefattore.
Il viaggio a Londra segnerà l’inizio di una catena di eventi che daranno una svolta pratica alla sua vita, ma anche al cambiamento personale della giovane donna.  Evelina otterrà il riconoscimento da parte di Sir John Belmont, padre da tanto tempo perduto, e troverà anche l’amore.

Tuttavia non è la storia d’amore a essere al centro del romanzo.

La prosa ironica di Fanny Burney ha un fine satirico nei confronti della elegante società del XVIII secolo inglese. 
Attraverso lo sguardo innocente ma acuto di Evelina, tramite le lettere indirizzate al tutore, entriamo in un mondo dominato da convenzioni che oggi ci sembrerebbero forse assurde e che, in qualche modo, dovevano essere esasperanti anche per la mente vivace di una scrittrice come F. Burney. 
Ho trovato molto divertenti le descrizioni di alcuni personaggi maschili, che evidentemente ricalcano personalità che all’epoca era facilissimo incontrare. La penna di F. Burney descrive minuziosamente vanità, cortesie, falsità, bugie, divertimenti, balli, e tutto ciò che si può immaginare appartenesse alla società inglese a cavallo tra settecento e ottocento.

L’intento satirico del romanzo è probabilmente ciò che me lo ha fatto apprezzare di più.  Il libro riesce ad essere sia divertente che intenso e i suoi personaggi sono molto ben delineati.

Evelina, ad esempio, è una giovane donna descritta come sopra la media per bellezza e innocenza, ma risulta essere anche intelligente e dotata di una moralità ammirevole. E’ un esempio di virtù e dolcezza di quell’epoca, ma non per questo appare come una bambola sciocca e senza volontà.  A volte spietata e tagliente è la descrizione di altri personaggi che popolano la vita della ragazza; la nonna, Madame Duval, è dipinta come una sorta di arrampicatrice sociale volgare e lagnosa. E così anche i suoi parenti stretti, i quali daranno del filo da torcere alla protagonista del romanzo mettendola spesso in imbarazzo.

I vari personaggi maschili a cui ho già accennato sono stati descritti in modo tanto netto e preciso da far risaltare un tema comune anche oggi, e cioè i tentativi di sopraffazione maschile a discapito di giovani donne ingenue e indifese.
All’epoca in cui è ambientato il romanzo i contatti fisici erano rarissimi, ovviamente ristretti ai rapporti di  parentela più intima. 
Ricordate Orgoglio e pregiudizio e quella scena in cui Mr. Darcy e Elizabeth si sfiorano la mano, quando lei scende dalla carrozza? I contatti erano rarissimi.
Se una giovane donna veniva toccata, presa per mano, non solo la cosa era disdicevole ma rasentava la brutalità. Lo stesso per quanto riguardava discorsi troppo audaci, magari sussurrati all’ombra di un viale nascosto. 
Nel libro il disprezzo per questo tipo di atteggiamenti è continuamente rappresentato e in maniera tale da lasciare il segno, così come viene messo in evidenza il pregiudizio degli uomini nei confronti dell’intelligenza femminile. 

“Preferisco vedere una donna spaccare legna, piuttosto che sentirla parlare con una tale sagacia.”, viene detto. E non solo: è spesso ripetuto quanto sia importante per una donna avere un bell’aspetto e un buon carattere, niente di più.

Di contro alle personalità maschili negative ci sono anche quelle positive: il reverendo Mr. Villars, tutore di Evelina, e poi Lord Orville, entrambi rappresentano uomini dotati di qualità invidiabili.

Il romanzo è consigliato agli appassionati di letteratura inglese, in particolare a coloro che hanno letto tutto ciò che ha scritto Jane Austen e vogliono approfondire il suo background letterario.
In effetti Evelina contiene, in germe, il tema portante di Orgoglio e pregiudizio. 
Il rapporto tra la giovane protagonista e il suo innamorato è costellato di piccoli e grandi fraintendimenti, simili a quelli che renderanno difficile il rapporto tra Elizabeth e Mr. Darcy. Ecco perché potrebbe essere molto piacevole, per un lettore odierno di Jane Austen, leggere Fanny Burney.
Inoltre Evelina, come anche i romanzi di Jane Austen, brilla di una spiccata critica sociale. 

Romanzi come questo non si limitano a fare una fotografia dei tempi di cui parlano, ma spiegano e sottolineano gli errori e gli eccessi. Ecco perché per me sono tanto pregevoli.

lunedì 6 maggio 2019

L'orso e l'usignolo: recensione




L'orso e l'usignolo
Katherine Arden
Recensione






















Recentemente, per Fanucci editore, è uscito un libro che mi incuriosiva da quando l'avevo visto venire pubblicato in lingua inglese.

L'orso e l'usignolo ( The bear and the nightingale, Katherine Arden ) è una riscrittura di antiche favole appartenenti al folclore russo, primo volume di una trilogia. 
Queste storie, che hanno le loro origini nel medioevo, quando la Russia era ancora nota come Rus, tramandano il respiro gelido delle foreste e dei freddissimi e implacabili inverni.



All'inverno sono legate figure magiche, discoste dal mondo umano ma di cui si può sentire la presenza. E' il caso del domovoj, lo spirito della casa, una sorta di nume tutelare, e di molti altri esseri affascinanti e sfuggenti, come la Rusalka, e poi del terribile e folle Orso e di suo fratello Morte. 




All'interno di questa cornice, in cui si lotta quotidianamente per la sopravvivenza, anche se si fa parte di una famiglia della nobiltà terriera, vive la famiglia di Petr Vladimirovic.

La sua ultima figlia, Vasilisa, messa al mondo da una madre che l'ha fortemente voluta, non è come gli altri; nel suo sangue c'è qualcosa di antico e straordinario. Ha il dono della veggenza, vede  creature che gli altri non possono vedere e parla con loro. Cresce libera, a contatto con la foresta e le sue creature, sempre più indomita. Una ragazza selvaggia.



L'orso e l'usignolo è un Fantasy, un libro indirizzato nello specifico ad un pubblico giovane, eppure penso che possa essere apprezzato anche da chi ha qualche anno in più. 




La struttura del romanzo è ben fatta, come anche la prosa; l'autrice ha adempiuto al compito di calarsi in un mondo che non le appartiene in modo ottimale. Katherine Arden infatti non è russa, ma vi ha solo studiato.
Lo stile di scrittura è curato; c'è un vasto utilizzo di termini russi, il che rende la storia e i personaggi molto più realistici e sentiti.




Per quanto riguarda questi ultimi li ho apprezzati molto; nel libro non è presente il solito cliché dell'eroina bella e perfetta. Vasilisa Petrovna è una giovane donna coraggiosa, di cui possiamo apprezzare la crescita e la tempra. Le sue azioni e attività rispecchiano una logica e non sono dovute in nessun modo a soddisfare gli ideali romantici - o pseudo romantici - di lettrici un po' immature.




A questo proposito non ci sono ne storie d'amore, ne triangoli amorosi. Il centro del romanzo è la ragazza, la sua storia, l'avventura che deve portare a termine.




Mi piacciono molto le storie ammantate di magia; in L'orso e l'usignolo questa sottile magia è perfettamente avvinghiata ad ogni pagina. 




Il lavoro di costruzione e di scrittura del romanzo è stato egregio, attento.
Il libro è consigliato un po' a tutti: a coloro che amano il Fantasy e le storie ben fatte, e a chi è alla ricerca di una eroina a cui affezionarsi sinceramente, ma anche ai cultori delle favole di Afanasjev. Se volete rileggere in chiave più moderna le magiche storie dell'autore russo potreste trovare terreno fertile. Come in quelle favole si parla di principi e principesse, di diavoli e spiriti,  di personaggi inquietanti come Baba Jaga. A questo universo folcloristico hanno attinto anche autori come Dostoevskij e Gogol; si tratta quindi di un calderone ampio e importante in cui pescare sogni e immagini della antica Russia.

A tutti, più o meno, piacciono le favole. La gran parte dei lettori ha cominciato a interessarsi al mondo dei libri ascoltando le storie di qualcuno. E' proprio così che inizia L'orso e l'usignolo: bambini riuniti attorno ad un camino enorme e una balia che pesca dal famoso calderone delle favole/leggende. Fuori c'è il gelo invernale, la tundra, e a volte le storie sanno riscaldare meglio di una coperta. Proprio questa è la sensazione che mi ha trasmesso il libro di Katherine Arden, di cui non vedo l'ora di leggere il seguito.